Gli arazzi della Battaglia di Lepanto

Non vi fu evento militare, durante tutto il XVI secolo e in tutto il Mar Mediterraneo, maggiormente celebrato della Battaglia di Lepanto. La vittoria della flotta cristiana su quella turca ebbe luogo il 7 ottobre 1571, segnando il successo della Sacra Lega formatasi lo stesso anno tra Spagna, Papato e Venezia. Gli splendidi arazzi di questa serie dedicata alla Battaglia di Lepanto furono disegnati nel 1581-82 da Lazzaro Calvi e Luca Cambiaso, il maggiore protagonista della pittura del secondo cinquecento genovese. Il committente fu il successore di Andrea Doria, Giovanni Andrea I Doria, che alla Battaglia di Lepanto aveva preso parte in prima persona, capitanando il corno destro della flotta cristiana. Gli arazzi Vennero poi realizzati a Bruxelles e nel 1591 giunsero a Genova, dove tuttora si lasciano ammirare.

I) La partenza da Messina

L’iscrizione in latino presente su ogni arazzo descrive la scena. Qui, SACRI FOEDERIS CLASSIS DUCTU IO. AUSTRIACI MESSANA SOLVIT (La flotta della Sacra Lega salpa da Messina sotto il comando di Giovanni d’Austria). Il 16 settembre 1571 la flotta cristiana, forte di 207 galee, 6 galeazze e 30 navi appoggio (Campodonico 1989), salpa da Messina. Essa è comandata dal figlio naturale dell’imperatore Carlo V, don Giovanni d’Austria, un giovane di ventitrè anni. In primo piano sono raffigurate le sei galeazze veneziane, caratterizzate da uno scafo di dimensioni maggiori rispetto alle altre imbarcazioni e capaci di accogliere sino a quaranta cannoni ciascuna.
II) La navigazione lungo le coste calabre

L’iscrizione recita: QUADRIPARTITO AGMINE ORAM BRUTIORUM LEGIT ([La flotta] suddivisa in quattro schiere costeggia le rive dei Bruzi [le coste della Calabria]). Alla ricerca dello scontro con i turchi, la flotta della Sacra Lega costeggia le coste calabre, quindi raggiunge il canale di Otranto, arriva a Corfù (26 settembre) e sosta presso la costa dell’Epiro. Da qui essa si dirige verso sud-est, attraversa il canale di Cefalonia e raggiunge il golfo di Patrasso, bordato a settentrione dalle isole Curzolari, a levante del quale si trova la strozzatura di Lepanto (attuale Naupatto). Dalla bocca di questo stretto la flotta turca, la mattina del 7 ottobre, esce incontro al nemico.

III) L’incontro delle flotte e l’inizio della battaglia

Iscrizione: TURCARUM CLASSI AD ECHINADES OBVIAM FIT AMBAEQUE AD PUGNAM INSTRUCTAE PROELIUM LACESSUNT ([La flotta cristiana] incontra quella turca presso le Echinadi [isole Curzolari] ed entrambe le flotte, schierate a battaglia, danno inizio al combattimento). Lo schieramento della flotta della Sacra Lega presenta al centro il gruppo delle galee comandate da don Giovanni d’Austria (ne fanno parte la “Reale” di Spagna, che reca a bordo lo stesso don Giovanni, la “Generale” del papa, capitanata da Marcantonio Colonna, e le “Capitane” di Venezia e Genova); l’ala sinistra è comandata dal veneziano Agostino Barbarigo, quella destra da Giovanni Andrea I Doria. In seconda fila stanno le galee della retroguardia, comandate da Alvaro Bazan, marchese di Santa Cruz. Davanti allo schieramento delle galee sono visibili le sei potenti galeazze veneziane. La flotta turca presenta al centro la capitana di Piali Pascià, a destra gli Egiziani comandati da Shoraq e a sinistra (quindi di fronte al “corno” di Giovanni Andrea) le galee capitanate dal celebre corsaro barbaresco Euldj-Ali, un “rinnegato” calabrese in genere chiamato “Occhiali” nelle fonti cristiane, al quale si riconoscevano grandi capacità tattiche.
IV) La battaglia

Iscrizione: DIV UTRINQUE AC FORTITER PUGNANTUR TANDEM FOEDERATORUM CLASSIS SUPERIOR EVADIT (A lungo e valorosamente si combatte dall’una e dall’altra parte, infine la flotta della Lega riesce vittoriosa). Lo scontro è estremamente sanguinoso: non è facile stabilire precisamente il numero delle vittime perché le fonti cristiane e turche offrono valutazioni in parte divergenti, ma certamente vi furono decine di migliaia di morti e feriti. Le galee turche subiscono la superiore potenza di fuoco delle artiglierie cristiane, in particolare dei cannoni delle galeazze. Il combattimento, iniziato intorno a mezzogiorno, comprende scontri in velocità ed abbordaggi; esso si volge a favore dei cristiani, che conquistano anche la capitana di Piali Pascià.
V) La vittoria cristiana e la fuga di sette galee turche.

Iscrizione: TURCARUM MAXIMA STRAGES EDITUR ET SUPERVENIENTIS NOCTIS AUXILIO VIX SEPTEM TRIREMES EX UNIVERSA EORUM CLASSE INCOLUMES EFFUGIUNT (Viene fatta grandissima strage di imbarcazioni turche e solo sette galee dell’intera flotta turca fuggono incolumi, favorite dal sopraggiungere della notte). Il corsaro Euldj-Ali riesce a portare in salvo sette galee, raffigurate in basso a destra nell’arazzo. Prima di aprirsi una via di fuga, egli era riuscito a colpire duramente alcune galee cristiane: ciò era stato reso possibile dalla decisione di Giovanni Andrea I Doria di allargarsi a destra, interrompendo lo schieramento “lunato”, invece di mantenere serrati i ranghi secondo le indicazioni di don Giovanni d’Austria. Questo comportamento attirò sul Doria critiche ed accuse da parte veneziana e pontificia; la sua manovra venne invece difesa e giustificata da altri “osservatori.
VI) Il ritorno a Corfù della flotta

Iscrizione: CORCYRE PORTUM VICTRIX CLASSIS INGREDITUR CXXX TRIREMES CAPTAS REMULCO TRAHENS RELIQUIS FRACTIS ET SUBMERSIS (La flotta vincitrice entra nel porto di Corcira [Corfù], rimorchiando centrotrenta galee, dopo aver distrutto e affondato le altre). Circa centocinquanta imbarcazioni della flotta turca andarono distrutte in battaglia o furono date alle fiamme; centotrenta vennero rimorchiate sino a Corfù dalle galee cristiane, che le trainarono con cavi da poppa, evento precisamente descritto nella raffigurazione dell’arazzo. In primo piano tra le imbarcazioni catturate, riconoscibile perché tinta di verde, è rappresentata l’ammiraglia della flotta turca. La conquista delle imbarcazioni nemiche e l’acquisizione di alcune migliaia di prigioneri, poi utilizzati come schiavi sulle galee, sono tra i frutti immediati della vittoria, cui si dovette anche la liberazione di molti schiavi cristiani, secondo alcune stime in numero di quindicimila.