Gli arazzi di Alessandro Magno

I due arazzi di Alessandro Magno sono la punta di diamante di Villa del Principe. Due opere incredibili, dono dell’imperatore Carlo V ad Andrea Doria, veri e propri romanzi tessili che sanno raccontare per immagini le imprese del grande condottiero macedone. Arazzi di dimensioni enormi, tanto da coprire intere pareti della Villa, e di così straordinaria bellezza che viene voglia di perdersi nel mezzo delle loro trame e nella luce dei loro brillanti colori.

Primo arazzo: la Giovinezza
Questo eccezionale “panno” e il suo compagno, raffiguranti Storie di Alessandro Magno, sono considerati da molti critici i più importanti arazzi del Quattrocento giunti sino a noi; essi furono tessuti intorno al 1460 a Tournai, nel ducato di Borgogna. I due arazzi sono probabilmente gli elementi superstiti di un celebre ciclo eseguito per il duca di Borgogna, Filippo il Buono - che era connotato da una straordinaria ricchezza di materiali, oro e argento filati uniti alla seta e alla lana - nei cui protagonisti erano effigiati lo stesso Filippo, nelle vesti dell’omonimo re macedone, ed il figlio Carlo, in quelle del giovane Alessandro. Presso la corte borgognona, il personaggio di Alessandro - cavaliere perfetto, sovrano giusto ed eroico conquistatore delle terre d’Oriente, protagonista di imprese fiabesche - godeva di grande prestigio. Nei due grandi arazzi vengono rappresentati numerosi episodi della biografia e della leggenda di Alessandro Magno, resi popolari dall’avventuroso Romanzo di Alessandro in lingua greca e dalle sue rielaborazioni di epoca medievale. In questo primo panno sono descritte scene della giovinezza dell’eroe: l’arrivo del crudele cavallo Bucefalo, che si nutriva di carne umana, poi domato da Alessandro; il commiato del giovane eroe, sempre rappresentato come un cavaliere del Quattrocento, dai suoi genitori; lo scontro con Pausania, feritore del re Filippo, che Alessandro cattura e porta al capezzale del padre, il quale dal letto di morte gli taglia la gola; il passaggio della corona al giovane erede .
Secondo arazzo: le Imprese in Oriente
Questo arazzo mostra una significativa compresenza di elementi storici e leggendari. La parte sinistra illustra la conquista della città di Tiro (332 a.C.), descritta però come un assedio quattrocentesco. L’intero panno riflette il mondo borgognone del XV secolo, nella foggia dei costumi, nella tipologia delle armi, nel carattere degli edifici. Tra la folla di figure si scorge Alessandro, contraddistinto dall’elmo sormontato dalla corona, vicino al nemico sconfitto: il vecchio con la barba bianca che, in segno di resa, tiene la spada per la punta. Al centro dell’arazzo è rappresentato un episodio del tutto diverso, appartenente al versante mitico del personaggio e descritto nel “Romanzo di Alessandro”, l’antico testo in lingua greca che contiene la maggior parte delle leggende sull’eroe divulgate poi nel Medioevo da testi latini e volgari: il sovrano, seduto all’interno di in una gabbia ornata di pietre preziose, regge due lunghe aste rosse in cui sono infilzati dei prosciutti. Quattro grifoni sono incatenati alla gabbia e, nel tentativo di raggiungere la carne, sbattono vigorosamente le ali, sollevando il loro carico sempre più in alto, sino al cielo. Dio Padre, contornato da rossi cherubini, assiste alla scena. Sulla terra cinque personaggi commentano l’impresa ardita del loro re. Ma il desiderio di conoscenza di Alessandro non si è placato: egli vuole esplorare anche gli abissi marini. L’eroe si fa quindi calare sul fondo del mare entro una botte di vetro, recando in mano due fiaccole, per illuminare il buio dell’abisso. Infine, nell’angolo in basso a destra, si assiste all’ultimo capitolo del “romanzo”: il Macedone, conquistati tutti i popoli del mondo, raggiunge gli estremi confini della terra e, insieme ai suoi seguaci, uccide i mostri che li abitano, tra cui i “blemmi”, esseri senza testa ricoperti di un fitto vello, con gli occhi, il naso e la bocca collocati sul petto.