I ritratti

Andrea Doria collezionava arazzi ed argenti piuttosto che dipinti, e i suoi successori condivisero le sue preferenze in campo artistico. Nell’ambito della pittura da cavalletto, l’attenzione dei Doria si concentrò sui ritratti, perciò tra i dipinti ancora presenti nella Villa spicca per importanza il nucleo di effigi di esponenti del casato. Di grande rilievo artistico sono, in particolare, i ritratti di Andrea. Il celebre dipinto eseguito da Sebastiano del Piombo per ordine del papa Clemente VII nel 1526, quando il Doria divenne comandante supremo della flotta pontificia, lo raffigura all’età di sessant’anni in un austero abito nero, con la berretta di ammiraglio sul capo. La tavola di Sebastiano del Piombo è considerata uno dei primi esempi di ritratto di stato; per l’opposto versante del ritratto “allegorico” è presente in Villa un’altra famosa immagine di Andrea Doria, ideata dal Bronzino per la collezione di effigi di uomini illustri di Paolo Giovio, che lo rappresenta nelle vesti di dio del mare, in una nudità eroica in parte ispirata al David di Michelangelo. Un terzo ritratto del Doria propone una rappresentazione assai più realistica dell’ammiraglio nella sua tarda età, in compagnia del suo gatto: Andrea volge lo sguardo verso lo spettatore mostrando il volto segnato da rughe profonde e le palpebre cadenti sugli occhi arrossati; di fronte a lui, su un tavolo, stanno un grande gatto soriano ed un orologio.

Privo di discendenti diretti, Andrea aveva designato quale proprio erede Giannettino, che cadde vittima nel 1547 della congiura dei Fieschi: in Villa rimane di lui uno splendido ritratto, attribuito al Bronzino o a Francesco Salviati, che lo ritrae di tre quarti, elegantemente vestito; la destra poggia sul fianco, la sinistra stringe l’elsa della spada. In seguito Andrea scelse quale proprio erede il figlio di Giannettino, Giovanni Andrea I, che fu raffigurato da Alessandro Vaiani con l’abito dei Cavalieri di San Giacomo della Spada; alle sue spalle si scorgono alcune galee impegnate in battaglia, allusione al suo rango di “generale del mare” del re Filippo II. Il molosso Roldano occupa il primo piano del dipinto. Il cane fu donato dal sovrano spagnolo al Doria ed è a sua volta protagonista di una preziosa tela dipinta da Aurelio Lomi in cui un giovane paggio elegantemente vestito (o un giovane membro del casato) lo striglia con una spazzola d’argento, descritta con precisione nell’inventario dei beni redatto alla morte di Giovanni Andrea. Tra le numerose effigi di dame della famiglia spiccano il Ritratto di Anna Pamphilj di Jacob Ferdinand Voet, inviato nel 1671 al promesso sposo Giovanni Andrea III Doria, e il Ritratto di Teresa Doria di Tursi, opera di Domenico Parodi, che fa parte di una serie di formato ovale all’interno della quale nelle prime decadi del Settecento il pittore genovese raffigurò molti esponenti femminili della casata.

Infine nella quadreria della Villa non mancano dipinti raffiguranti i membri del casato assurti alla porpora cardinalizia. Giuseppe Doria, figlio di Giovanni Andrea IV ebbe una brillante carriera: nunzio apostolico in Francia dal 1773 - ed in queste vesti ritratto dal pittore Filippo Sannari - egli venne poi nominato cardinale nel 1785, fino a diventare procamerlengo di papa Pio VII. L’effigie di Giuseppe compare inoltre all’interno di una più complessa composizione, nella quale un pittore si autoritrae a figura intera, circondato da assistenti ed apprendisti, mentre dà gli ultimi tocchi al ritratto del cardinale. L’artista è stato identificato con Antonio Concioli, in una tela che per la sua qualità è considerata un esempio tra i più cospicui di conversation piece a Roma nell’ultimo decennio del secolo diciottesimo.